Che cos'è
Non poter raggiungere un luogo nel modo più comune a volte significa solo cogliere nuove opportunità, far cadere le maschere e aprirsi all’altro – come ci insegna l’amico Beppe Nacci – è il primo passo di un grande cammino; che scivolare su un sentiero sia il modo migliore per scoprire come rialzarsi, che non c’è più bel modo di viaggiare di quello in compagnia, e che la montagna sia il luogo migliore per unire tutto ciò.

Per questo abbiamo dato vita a un’iniziativa il cui nome, Camminare oltre, detto così sembra l’inizio di una frase alla quale manca qualcosa. È in effetti è così. Oltre che cosa? Siamo qui a cercare di scoprirlo, di farlo, di raccontarlo. I protagonisti sono tutte persone che a loro modo hanno bisogni di accessibilità ognuno diverso dall’altro, perché sono persone diverse, per sesso, credo, età, caratteristiche che segnano la loro quotidianità quanto il loro cammino. Un gruppo eterogeneo che ha scelto le montagne dell’alta Valtellina per condividere un’escursione, dei passi, un’idea. L’idea che l’escursionismo può essere patrimonio universale e opportunità per tutti. E, se fatto in montagna, questa maestra di vita.

La montagna ci insegna la prudenza, il rispetto, la fatica, la bellezza. Silenziosa e maestosa, puntata verso il cielo blu, ci insegna ad essere più umani. Lei, che l’umano subisce, ci insegna a salvarla e a salvarci.
Come nasce l'idea
Danilo Genovina è Ambassador di Redelk Outdoor, un’azienda che crede nel valore di gustarsi il proprio momento all’aria aperta e rigenerarsi attraverso esso, ognuno con il proprio ritmo e con le proprie capacità. È grazie a lui che avviene l’incontro con questa realtà che tutt’oggi sostiene le iniziative di Free Wheels. Ed è da questo incontro che nasce l’idea di andare a camminare insieme e di dar vita a Camminare Oltre.

Così hanno unito le loro specificità: quella di Danilo, appassionato ed entusiasta della montagna mai stanco di praticare diversi sport, per il quale la montagna è tutto, è un qualcosa che diventa difficile descrivere a parole, anche perché sono emozioni infinite e ogni volta nuove che si provano e che chi non le prova fatica a capirle. La montagna richiede sacrificio – tanto – ma è anche colei che porta più soddisfazione, soprattutto quando si giunge in vetta ed è il luogo che ti dona fantastici panorami. Pietro, divulgatore dell’accessibilità in tutte le sue sfaccettature, creatore di ponti tra i luoghi comuni e le persone, che desiderava dimostrare che messi nelle giuste condizioni anche la montagna può essere vissuta in autonomia. Non da soli (perché come ci insegna il CAI – Club Alpino Italiano in montagna si va sempre in compagnia), ma possibile con le proprie forze unite alle nuove tecnologie oggi disponibili.

Grazie quindi al coinvolgimento di partner e sponsor abbiamo potuto iniziare a concentrarci sugli aspetti organizzativi della spedizione.
Le finalità
“Volevamo solo andare a camminare” qualcuno potrebbe dire così. In realtà noi volevamo raccontare che è proprio vero come dice il detto che “l’unione fa la forza”, che anche su un sentiero di montagna assieme è possibile, per tutti, camminare lungo una diga, raggiungere i 2000 e, perché no, entrare in una baita.

Si perché questa esperienza per noi tutti è stata quella delle prime volte. La prima volta che abbiamo camminato assieme, dopo anni che ci promettevamo di farlo. La prima volta che Pietro è arrivato a un rifugio in alta quota. La prima volta che qualcuno di noi vedeva un ghiacciaio. La prima volta che Dario spingeva una carrozzina su una pietraia in salita. E per farlo ha fatto un passo indietro, lasciando a Pietro il compito di indiare la strada che avrebbero dovuto seguire. La prima volta che nessuno dei presenti aveva un ruolo secondario, come tutti coloro che lavorano a un progetto ma non compaiono mai da nessuna parte. Ognuno di noi c’era e aveva un’identità ben definita e utile all’obbiettivo: capire Oltre cosa stavamo camminando.



Era rimettersi in discussione. Era capire quali fossero davvero le difficoltà dell’altro per rimodulare il peso delle proprie. Era mettersi davvero nei panni del tuo compagno di viaggio. Anche in quelli di un bambino per tornare a guardare il mondo con meraviglia. Questa esperienza condivisa ci ha fatto capire che non eravamo andati lì a insegnare, a dire. Eravamo partiti per essere. Essere in Cammino. Ognuno al fianco di tutti gli altri. Come amici, sperando davvero che quella fosse la prima volta di tante altre.

Perché tutte le volte che si uniscono le forze non può davvero che essere bello. Perché ciò che è bello, vince. E noi avremmo vinto. Vinto le ideologie fatte di finti impossibili.

Con noi il CAI
Il Club Alpino Italiano è senza ombra di dubbio il padrone di casa in montagna e sicuramente l’ente più accreditato per supportare un progetto come Camminare Oltre che intende promuovere la sentieristica CAI e la loro accessibilità per tutti. Il tema quindi della fruibilità universale della montagna, nello specifico, rappresenta di certo l’anello di congiunzione tra le due realtà.

Il Cai, sia dall’incontro tra il Presidente Montani e Free Wheels, ha sempre creduto che la montagna deve essere considerata un’opportunità per tutti; da anni porta avanti il programma di Montagnaterapia, un attività con la quale il Club Alpino Italiano vuole prendersi cura delle persone più fragili mettendo a disposizione la ricchezza di centocinquanta anni di storia della sua sezione. L’approccio è globale, è poter donare il meglio del loro modo di andare in montagna e di vivere a chi ha conosciuto per lo più solo difficoltà, stenti, mancanze e solitudine sin dall’infanzia. L’approccio alla montagnaterapia del CAI è quindi un approccio culturale.

Ma negli ultimi anni, assieme, si vuole compiere un passo in più: restituire per quanto possibile alle persone con bisogni di accessibilità motoria la possibilità di andare in montagna in autonomia, non solo e soltanto grazie alle Joelette, sino a oggi pensate come l’unita alternativa alla sedentarietà delle persone a mobilità ridotta, ma attraverso le più moderne tecnologie che il mercato mette a disposizione. L’obiettivo, ribadito anche dal Presidente Nazionale del CAI, non è quello di impattare le aree naturali, ma laddove non è più possibile proseguire da soli, immaginare delle varianti che tocchino altri luoghi, ai quali offrire nuove opportunità di sviluppo.

E chissà che un domani anche una parte del Sentiero Italia CAI non possa essere percorsa veramente da tutti.
E anche NoisyVision
Era da anni che Pietro e Dario desideravano camminare insieme: essere vicendevolmente gli occhi e le gambe uno dell’altro. Affrontare un’escursione guidandosi, affidandosi l’uno all’altro, sorridendo agli ostacoli e guardando oltre loro. E quando l’idea con Danilo si è concretizzata, quando è stato scelto cosa avremmo voluto fare, dove, con chi e soprattutto come raccontare a tutti quello che avevamo vissuto, abbiamo voluto condividerlo con lui e con NoisyVision, l’associazione senza scopo di lucro da lui fondata.

NoisyVision sostiene l’empowerment delle persone con disabilità visive e/o uditive ed educa la comunità ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione sociale. Tra i suoi obiettivi principali c’è quello di voler contribuire al mutamento epocale della percezione della disabilità, da limite a valore, creando una comunità inclusiva dove la diversità é riconosciuta nel suo essere risorsa creativa e espressiva.

Sebbene ciascuno dei partecipanti avesse un ruolo ben definito, a Dario, grande narratore quale è, spettò l’onere (e l’onore) di dar voce attraverso le sue parole alle giornate che stavamo vivendo: molte delle parole che stiamo leggendo vengono dalla sua penna e dal suo cuore.
Il gruppo
Sin da quando questo progetto ha preso forma su un foglio, l’idea di Pietro e Danilo prevedeva un gruppo quanto più eterogeneo: un’esperto di montagna come lui, un camminatrice (Eva), due persone con diversi bisogni di accessibilità (Pietro e Dario), due persone in età avanzata (Bartolomeo e Tiziana), un bambino (Andrea, figlio di Danilo) e un’equipe di videomaker (gestiti da Daniela).

Il primo giorno abbiamo raggiunto i laghi di Cancano, due bacini idrici artificiali contigui siti nella Valle di Fraele nel Comune di Valdidentro, non lontano da Bormio, rinomata località turistica dell’Alta Valtellina in provincia di Sondrio. Questi due invasi sono alimentati, nel complesso, dalle acque del fiume Adda, che nasce non lontano dai due bacini sul Monte Ferro, nonché dalle portate del canale dello Spöl, del canale Gavia – Forni – Braulio e del nuovo canale Viola Bormina. I due bacini, nonostante la loro vicinanza hanno nomi diversi: Lago di San Giacomo e Lago di Cancano II. La cosa simpatica è che questo sig. San Giacomo sembri accompagni sempre i camminatori.

Andrea ha 10 anni. È questa l’ultima immagine del nostro vagare. Un bambino che si racconta. Un bambino che di fronte alla maestosità delle montagne riesce a dire…Libertà. Già. Libertà. Quella parola oltre. Quella parola grande più delle stesse montagne. Quella parola che Pietro mette sotto le ruote e Dario davanti agli occhi. Libertà. Siamo tutti liberi fino a quando saremo in grado di scegliere. Oggi tutti loro hanno scelto di essere qui. Di camminare. Hanno scelto di provare a vedere cosa poteva succedere, cosa poteva essere. Hanno scelto di abbracciare questo lago blu, verde e lucente. Di girarci attorno, di ascoltarlo, di sorvolarlo. Libertà e scelta non sono sinonimi, ma lo diventano se in mezzo c’è un sentiero e la voglia di percorrerlo.

Oltre..dove
Sebbene il nostro Paese è colmo di luoghi dai panorami strepitosi, basta salire di quota per trovarli, coniugare accessibilità in autonomia e montagna non è stato semplicissimo. Un lavoro di squadra ha poi messo in luce che la Valtellina poteva essere il campus migliore per tutti, per le sue caratteristiche e per la disponibilità del territorio che fin da subito si è messo a servizio del progetto.

Fondamentale è stata la collaborazione con Bormio Tourism e con l’Hotel Baita Fanti, una struttura completamente rinnovata, a pochi passi dal centro di Bormio dove sportivi di montagna, bikers, sciatori, escursionisti, possono sentirsi come a casa propria, con numerosi servizi dedicati a loro e alle loro passioni; e con le guide di media e alta montagna Patrizia Schierini e Graziano Baroni. Itinere ascoltando i loro racconti su come sono cambiati i luoghi e sulle persone che nel tempo li hanno resi tali, scorgendo ciò che non è sempre facile vedere a occhio nudo, percependo il bramito dei cervi tanto quanto il vento sui mirtilli.


La diga di San Giacomo ha una quota di coronamento collocata a 1951,5 m ed è stata realizzata mediante uno sbarramento rettilineo, a speroni, a gravità alleggerito ed ha un’altezza massima di 91,5 metri. La lunghezza del coronamento è di 965 metri. Noi lo abbiamo camminato interamente per poi provare a seguire l’anello attorno al lago più a nord fino a ritornare al punto di partenza dove ci attendevano i colleghi delle logistica. Un lunga passeggiata di una dozzina di km immersi tra lago e montagna.

Il secondo giorno, invece, ci siamo diretti in Val Viola Bormina dove assieme a Graziano. Dirigendoci verso Livigno sulla SS 301, in località Arnoga abbiamo deviato percorrendo una strada asfaltata per circa 5,5 km fino al parcheggio di Altumeira. Da lì ci siamo incamminati su un sentiero in leggera salita ma abbastanza pietroso per circa 1,5 km, poi ci siamo diretti verso la val Dosdè, sterrata ancora più malandata (abbiamo dovuto far fondo a tutta la nostra resilienza) per altri 1700 m circa arrivando al rifugio Federico Valgoi in Dosdè, a 2133 m, passando davanti alla malga omonima e attraversando il torrente, anch’esso nominato Dosdè, su un ponticello.

L’arrivo al rifugio Rifugio Federico in Dosdè ha lasciato tutti senza parole. Ecco il loro Oltre: oltre ogni aspettativa, oltre ogni fatica, oltre la loro immaginazione, oltre i 2000, oltre quanto tutti insieme avevano mai fatto. Dal 1995, la sezione di Bormio del CAI ha ristrutturato l’antica baita presente per adibirla a ricovero per alpinisti, scialpinisti ed escursionisti e a poco a poco, da allora a oggi, grazie soprattutto all’impegno dei volontari, il CAI è riuscito finalmente a inaugurare ogni anno l’apertura il Rifugio. La gestione è stata affidata al noto alpinista di Sondalo ed istruttore delle guide alpine, Adriano Greco. Dedicato a Federico Valgoi, giovane alpinista bormino che ha perso la vita arrampicando nel 2002, questo luogo è il rilancio dell’alpinismo nella Val Viola e nella Val Dosdè. Il rifugio può ospitare fino a 25 persone per il pernottamento, è dotato di servizi igienici, anche fruibili da persone a mobilità ridotta, docce e corrente elettrica.

C’è poi stato il ritorno al punto di partenza e per fruire a pieno di tutti i servizi gentilmente offerti dai gestori, c’è chi è tornato a piedi e chi invece ha preferito il teletrasporto!

